La nostra missione…

La Benedetto 1964 è una realtà sportiva la cui mission è lo svolgimento di attività sportiva intesa non solo come attività motoria, ludica ed agonistica, ma anche come importante fattore di integrazione, di socializzazione e come strumento di cultura sociale che si pone l’obiettivo di svolgere, per quanto possibile, un ruolo di supporto alle famiglie nella formazione e nell’educazione dei giovani. Per chi, come noi della Benedetto 1964, si occupa di avviamento allo sport gestendo un settore giovanile, vige il dovere di dare di più, di dare certezze e garantire qualità alle famiglie, che per diverse ore alla settimana, per quasi dieci mesi all'anno, ci affidano i propri ragazzi.

Questo è il nostro principio ispiratore, la nostra prima regola ed il nostro obiettivo: far si che sempre più ragazzi frequentino la palestra, svolgano attività sportiva, facciano gruppo con i propri compagni di squadra e con gli istruttori, imparino a condividere le emozioni che solo lo sport riesce a dare, nella vittoria così come nella sconfitta, in un ambiente sano, che deve essere piacevole, divertente ed educativo allo stesso tempo. Vogliamo lasciare una “legacy” cioè un’eredità sociale alla città ed ai cittadini; un sistema maturo e compatto, capace di creare una prospettiva di benessere attraverso il sostegno di modelli sportivi all’avanguardia.

FARE SQUADRA - SENSO DI APPARTENENZA E COLLABORAZIONE sono alla base della corretta impostazione del lavoro di ciascuna moderna società sportiva.
NON CI SONO SOLO CAMPIONATI DA VINCERE.. ma anche ragazzi da aiutare a crescere…

Non solo sport, quindi, ma anche attività e servizi a favore delle famiglie per la crescita dei ragazzi.


CARTA DEI DIRITTI DEI BAMBINI NELLO SPORT
(UNESCO, Service des Loisirs, Geneve, 1992)

1. Diritto di divertirsi e di giocare come un bambino: si tratta di rispettare il modo in cui si gioca a questa età, dove si inventano magari regole personali di gioco, tanto per cambiare, dove i ritmi di lavoro sono diversi, dove si è spesso alla ricerca dell’aspetto ludico. Sovente quando un ragazzo abbandona lo sport a 12-13 anni lo attribuisce alla troppa serietà dell’ambiente sportivo e alla noia che prova durante gli allenamenti. Ed è bene qui ricordare che nell’origine stessa della parola "sport" (dal francese antico "desportes") c’e’ la nozione di divertimento.

2. Diritto di fare lo sport: ciò vuol dire che se un ragazzo desidera avvicinarsi alla disciplina sportiva di sua scelta, l’adulto non può negargli questa possibilità, ma deve offrire al giovane le condizioni che più si adattano al suo livello. Quanti ragazzi obesi, poco abili, caratteriali o indisciplinati sono stati così allontanati dallo sport?

3. Diritto di beneficiare di un ambiente sano: oggi, nello sport di competizione, la lotta al doping e la promozione del fair play sono obiettivi comuni alla grande maggioranza delle federazioni sportive. Questi sono comportamenti che si imparano da giovani e che un ambiente sportivo "sano" deve insegnare. Purtroppo non è sempre il caso, basti pensare a dichiarazioni e azioni di allenatori delle squadre giovanili nei confronti degli arbitri...

4. Diritto di essere trattato con dignità: il ragazzo non è un essere inferiore e l’autorità non è quella dell’adulto che urla, punisce, minaccia. Lo sport a livello giovanile non dovrebbe essere fonte di frustrazione e di delusione ma di piacere e di progresso e spetta dunque all’adulto creare le condizioni favorevoli all’ottenimento di questi obiettivi.

5. Diritto di essere allenato e circondato da persone qualificate: bisogna riconoscere che chi si occupa di giovani lo fa investendo tempo e volontà, sovente senza domandare nulla in compenso; ciò non toglie tuttavia che egli deve formarsi , conoscere i principi dello sviluppo fisiologico e psicologico onde evitare grossolani errori. Purtroppo c’è ancora la tendenza da parte delle società sportive di affidare atleti giovanissimi ad allenatori poco competenti, con risultati ovviamente poco soddisfacenti sia dal punto sportivo che educativo.

6. Diritto di seguire allenamenti adeguati ai propri ritmi: le sedute di allenamento non devono essere improntate all'esasperazione della preparazione atletica e tecnica. Soprattutto in questa fase è necessario non scordare l'aspetto ludico dell'approccio giovanile allo sport.

7. Diritto di misurarsi con giovani che abbiano la stessa probabilità di successo: è senz’altro interessante per il giovane essere confrontato all’insuccesso nello sport; tuttavia, se egli viene costantemente messo a confronto con avversari che non hanno le sue stesse probabilità di successo, la sua esperienza potrà essere quella o di sentirsi impotente o di sentirsi imbattibile, ciò che non è molto utile dal punto di vista educativo.

8. Diritto di partecipare a gare adeguate: esistono esempi positivi di come si possa rispettare questo diritto. In molti sport infatti si sono introdotte competizioni specialmente rivolte ai giovani (mini-tennis, mini-basket, mini-calcio, ecc...) gare dunque più consone alle caratteristiche spazio temporali del bambino e del ragazzo.

9. Diritto di praticare il proprio sport nella massima sicurezza: abbiamo potuto constatare troppo spesso che incidenti evitabili o lesioni da sovraccarico di lavoro accadono in allenamento, a causa di negligenze dell’adulto. Bisogna tuttavia riconoscere che in questi ultimi anni molto si è fatto in questo ambito (adattamento delle infrastrutture, consigli medici, stretching).

10. Diritto di avere tempi di riposo: ciò significa proporre un programma di allenamento ben equilibrato e che consenta momenti di recupero. Questo vuol dire anche che nei periodi di congedo scolastico l’allenatore rispetta la necessità di riposare oltre il fisico anche la mente e non impone una quantità eccessiva di allenamento.

11. Diritto di non essere un campione: il ragazzo va considerato non solo in virtù di una buona competenza sportiva e di una qualsiasi eccellenza dei suoi risultati, ma anche e soprattutto con i suoi limiti e la sua inesperienza. Ma ha anche diritto di essere un campione, se il giovane ne ha il talento e la voglia, a condizione che non serva unicamente ad appagare l’ambizione dei genitori, allenatori o dirigenti

 

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